03-05-2009
"Il Manifesto"
Un tuffo nella loft scene newyorkese anni Settanta
Nell'intensa stagione 2008-09 della Parco Della Musica Jazz Orchestra, diretta da Maurizio Giammarco, il recital Soho Moods (26 Aprile, sala Petrassi) assume un particolare rilievo.
Si tratta di un progetto sonoro-coreografico teso a rievocare la loft scene newyorkese degli anni '70, quando in particolare nel quartiere di Soho il jazz e le altre arti trovavano spazio creativo in luoghi di derivazione industriale, ridefiniti da performance - spesso multimediali - quotidiane e collettive. Per dar corpo al progetto Giammarco ha attinto alla sua esperienza personale di jazzista vissuto nella Big Apple ed al talento di Roberta Escamilla Garrison, moglie del contrabbassista Jimmy Garrison ma soprattutto danzatrice della scuola di Merce Cunningham immersa profondamente nella cultura afroamericana (Garrison stessa aveva un loft che si chiamava Synesthetics).
Certo non è facile ricreare l'atmosfera di quella stagione che vide protagonisti Sam Rivers, Ornette Coleman, Rashied Ali,Stanley Crouch: la distanza di trent'anni, la differenza dei luoghi, il diverso rapporto (fisico ed estetico) tra artisti e spettatori consentono al più di gettare uno sguardo alla loft scene (come recita il sottotitolo). Tuttavia è un tentativo iportante perchè ripropone repertori e concezioni del jazz che, nel clima di maierismo di buona parte della scena contemporanea, tendono ad essere sottovalutati se non rimossi.
Maurizio Giammarco ha creato per Soho Moods una sorta di estesa suite dove, oltre al materiale composto per l'occasione, confluiscono brani che scrisse nei seventies, Doctor L. dedicato all'incendiaria figura di Lester Bowie, tre temi di Don Cherry (attinti per lo più dalla Relativity Suite) ma nache composizioni di Joe Zawinul, Stevie Wonder ed Herbie Hancock.
Giammarco ha studiato con la Garrison un'attenta impaginazione perché la musica andasse interagendo in forme e modi cangianti con le coreografie della ballerina e di latre danzatrici: Terry Weikel (ben conosciuta in Italia), Cinzia Franchi e l'afroamericana Djassy Da Costa Johnson. Le coreografie hanno coperto un arco espressivo dall'energia complessa e quasi trattenuta della Garrison, capace come di concentrare in singoli gesti la potenza evocativa della musica, fino alle fluenti e poliritymiche improvvisazioni corporee della Da Costa Johnson. Iniziato con un drammatico solo al sax tenore di Maurizio Giammarco con la Garrison che danzava (lontana reminiscenza della loro prima performance, Wild Flowers, 1979), lo spettacolo si è concluso dopo un lungo, variegato itinerario sonoro - coreografico con un The Sorcerer, collettivo ed espansivo.
Jazz e ballo hanno a lungo vissuto insieme e, in forme magari meno funzionali, dimostrano di avere ancora un sinestetico legame.
Luigi Onori